Una nuova avventura coinvolge Oba e Keelàn, le due ragazze guerriere che hanno saputo cambiare il destino dei propri popoli in un mondo difficile e pericoloso.
La notizia di soprusi e torture raggiungono in modo insolito le terre conosciute, facendo pensare all’esistenza di un altro luogo da salvare.
Un arcano deve essere rivelato.
Il viaggio che porterà le protagoniste oltre i confini conosciuti è un’impresa che metterà alla prova ancora una volta le loro capacità, portandole a confrontarsi con il tempo e lo spazio.
Solo se avranno fiducia in loro stesse, sapranno affrontare il pericolo e scoprire la verità che si trova al di là della grande acqua.
Un’avventura epica e coinvolgente, che fa riflettere sui costumi propri di una società immaginata, ma in qualche modo così simile alla nostra attuale.
Un libro capace di emozionare e far riflettere.
La notizia di soprusi e torture raggiungono in modo insolito le terre conosciute, facendo pensare all’esistenza di un altro luogo da salvare.
Un arcano deve essere rivelato.
Il viaggio che porterà le protagoniste oltre i confini conosciuti è un’impresa che metterà alla prova ancora una volta le loro capacità, portandole a confrontarsi con il tempo e lo spazio.
Solo se avranno fiducia in loro stesse, sapranno affrontare il pericolo e scoprire la verità che si trova al di là della grande acqua.
Un’avventura epica e coinvolgente, che fa riflettere sui costumi propri di una società immaginata, ma in qualche modo così simile alla nostra attuale.
Un libro capace di emozionare e far riflettere.
Estratto
Grazie a Oba e Keelàn, nel regno dei Saliek la schiavitù non era più ammessa: le donne, ormai libere, avevano esattamente gli stessi diritti degli uomini. Potevano leggere e studiare e non trascuravano gli allenamenti marziali che consentivano loro di combattere con le stesse possibilità di successo di un uomo. Non potevano dimenticare che grazie al loro addestramento e all’aiuto dei Nimbai erano riuscite ad affrancarsi da ogni servitù pregressa.
Akiria, madre di Keelàn, insieme ad alcune ex concubine del palazzo reale, governava il regno dei Saliek ormai da qualche anno, assistita da una assemblea di saggi di cui facevano parte donne e uomini in parti uguali.
La figlia Keelàn non aveva voluto incarichi di governo, la sua esperienza l’aveva fatta guerriera e tale voleva rimanere; forse sarebbe succeduta alla madre, ma per ora non voleva pensarci. Il suo cuore, dopo essere nata schiava, figlia di schiava e concubina del re, guardava lontano, soprattutto adesso che in quelle terre regnava la pace. Lei, giovane donna, non aveva esaurito la sua sete di avventura.
Anche Oba, la sua compagna di sempre, non aveva desiderato incarichi di reggenza, con Keelàn avevano condiviso tutto al limite della morte e lo spirito di avventura non poteva assopirsi dentro una vita comoda, ormai erano donne, ma ancora giovani e forti, anzi il loro addestramento, che non avevano mai abbandonato, era giunto a livelli che difficilmente un uomo, anche particolarmente forte, avrebbe potuto averne ragione in un duello.
Ognuna viveva nella propria città: Oba a Nimbael con la madre regina Batai e il padre re Urilius; Keelàn a Katon, dove era adorata per aver liberato le donne dalla schiavitù degli uomini.
Non appena possibile passavano lunghi periodi insieme. E cavalcare i Vulcanopi in volo rendeva il viaggio dall’una all’altra città decisamente possibile e rapido.
Dopo la vittoria sulle truppe di Kael, una guarnigione di Vulcanopi era rimasta a Katon, mentre Kripzia, la loro regina e Azanio il loro re, con il resto della loro specie, avevano trovato in Nimbael una zona a loro adatta, dove la morfologia vulcanica dei luoghi era più consona al loro genere di vita e caverne idonee a ospitare i loro gruppi familiari più di quanto non fossero altri tipi di dimore, pertanto si erano creati una patria alternativa alla loro, dove alloggiavano sempre più spesso.
Un giorno che Keelàn si trovava a Nimbael ospite dei reali, ormai la consideravano una figlia a tutti gli effetti, mostrò a Oba una tavola dipinta su cui era raffigurata una donna vestita di una tunica bianca a brandelli, legata a un palo. Sotto di lei ardeva una catasta di legna.
«Guarda Oba, guarda! L’ho comprata al mercato di Katon, da un mercante che la vendeva come una rarità proveniente dalle terre oltre la grande acqua, diceva che era stata trovata in una cassa contenuta all’interno di un relitto in secca su una delle nostre spiagge. Ne aveva anche un’altra dove una donna completamente nuda era legata e frustata da un uomo nerboruto mentre nella piazza il popolo guardava compiaciuto il sangue stillare dalle ferite».
«Ho comprato anche quella, queste immagini non devono circolare, potrebbero stimolare voglie recentemente sopite e risvegliare nei maschi i vecchi desideri, l’ho lasciata a Katon, nascosta. Mi ricordava troppo la fustigazione con la malerba subita da mia madre per averci fatto fuggire, confessò Keelàn. «Oba, sento come se da quelle terre mi stessero chiamando, forse il potere telepatico dei Vulcanopi mi ha contagiato, o forse è solo suggestione. Qualunque sia l’origine di questo richiamo, da quando ho visto queste immagini non riesco più a stare tranquilla».
«Non so che dirti, penso che dovremmo chiedere a Kripzia, i Vulcanopi hanno sensibilità ben oltre le nostre. Comunque vada sappi che io sono con te, vivremo o moriremo insieme!»
Kripzia la regina dei Vulcanopi, amava parlare con loro, o meglio comunicare, visto che i Vulcanopi parlavano solo con la telepatia.
Il pensiero che lei stessa fosse viva solo perché quelle due ragazze coraggiose l’avevano salvata e consentito di deporre l’uovo da cui era nato il suo unico figlio, non l’abbandonava mai. La gratitudine che provava per loro era immensa e quando le manifestarono il desiderio di attraversare il Nahari, la grande acqua che divideva la loro terra da quella sconosciuta, si preoccupò alquanto pensando che fosse un’impresa troppo pericolosa che avrebbe messo a rischio le loro vite; poi le tornarono in mente tutte le loro avventure, le battaglie e gli scontri diretti con temibili avversari a cui erano sopravvissute vittoriose, e le tante volte in cui le coraggiose ragazze avevano rischiato di perdere la vita e avevano affrontato il pericolo senza curarsene. Avevano qualcosa dentro che le rendeva uniche, speciali e lei lo sapeva.
Le stavano chiedendo se fosse possibile essere trasportate sull’altra sponda cavalcando due Vulcanopi, la loro sete di avventura le portava a cercare nuovi orizzonti, nuove terre da esplorare e il desiderio di difendere la libertà dall’oppressione dei prepotenti, si era radicato in loro come una vera missione, pensare che al di là di quelle acque ci fossero ancora donne sottoposte alla schiavitù le inquietava.
Anche prima del ritrovamento di quei dipinti, parlavano spesso tra loro di ciò che poteva esserci al di là delle terre conosciute, quali popoli ci vivessero e se anche lì le donne fossero schiave e soggiogate come era stato nel regno dei Saliek, prima che la loro determinazione e il loro coraggio cambiassero le cose.
(il romanzo prosegue...)

