La vita e l’impegno di Lina Bo Bardi è ciò che lega le pagine fra loro, trasformando questo libro in un’esperienza straordinaria da vivere e rivivere con grande entusiasmo.
La grande architetta del Novecento non si lascia abbattere dalle difficoltà trovate nel corso della sua formazione e cerca, talvolta pretende, che la sua voce venga ascoltata. Ha infatti molto da dire a chi la vuole ascoltare.
Dopo un iniziale periodo di lavoro in Italia, decide di intraprendere con coraggio un viaggio verso nuove opportunità. Sarà il Brasile a riceverla, a influenzarne le idee, a darle lo spunto per compiere un lavoro notevole e difficile.
Lina Bo Bardi non rinuncia alle sue origini, ma trova un equilibrio fra le culture di due continenti così differenti tra loro. Ed ecco, allora, che dai suoi progetti, dalle sue idee, si sviluppa una forza e una coscienza capace a parlare a tutte le persone del mondo.
La grande architetta del Novecento non si lascia abbattere dalle difficoltà trovate nel corso della sua formazione e cerca, talvolta pretende, che la sua voce venga ascoltata. Ha infatti molto da dire a chi la vuole ascoltare.
Dopo un iniziale periodo di lavoro in Italia, decide di intraprendere con coraggio un viaggio verso nuove opportunità. Sarà il Brasile a riceverla, a influenzarne le idee, a darle lo spunto per compiere un lavoro notevole e difficile.
Lina Bo Bardi non rinuncia alle sue origini, ma trova un equilibrio fra le culture di due continenti così differenti tra loro. Ed ecco, allora, che dai suoi progetti, dalle sue idee, si sviluppa una forza e una coscienza capace a parlare a tutte le persone del mondo.
Estratto
Lo sferragliare del treno sui binari segna il tempo lento di questo viaggio. I pioppi delimitano i campi coltivati che si alternano fuori dal finestrino.
Stacco gli occhi dal paesaggio e torno al mio taccuino appoggiato sulle ginocchia in cui pigramente sto scarabocchiando delle linee. Lo spazio prende forma sotto la punta della mia matita, traccio linee, costruisco angoli e misuro distanze.
Sento qualcuno avvicinarsi, ma non alzo subito lo sguardo. Resto concentrata.
«È una casa?», la voce è sottile, curiosa. Mi fermo appena, poi continuo.
«Uno studio», rispondo. «Una prospettiva».
«Sembra vera», stavolta sollevo lo sguardo. Di fronte a me c’è una bambina. Avrà dieci anni. Condividiamo lo stesso scompartimento del treno diretto a Milano da quando è salita a Firenze con sua madre e suo padre.
Mi guarda come se il foglio fosse una finestra.
Torno al disegno. La sento sedersi a fianco a me, senza chiedere permesso. I suoi occhi entrano nel mio progetto e perlustrano le stanze che ho disegnato, ne seguono i bordi.
«Ma», la sento esitare, «perché non c’è nessuno?»
La matita si ferma. Resta sospesa. «Nessuno?»
«Non ci sono persone. Lo spazio è tutto vuoto, le case senza persone sono un po’ tristi».
«Ma è un disegno architettonico», rispondo in maniera meccanica. «Serve per studiare lo spazio».
La bambina annuisce. Ma capisco che non è convinta. «Però le persone dovrebbero starci dentro».
Rimango in silenzio. Guardo il foglio. Linee esatte, proporzioni perfette. Ogni cosa al suo posto.
Eppure.
Per un istante percepisco il vuoto, non come scelta, ma come assenza. Manca qualcosa che non avevo considerato. Le persone ci stanno dentro.
Ripeto la frase nella mia testa.
Chiudo leggermente il taccuino, ne prendo le distanze.
«Hai ragione. Ma le persone arrivano dopo. Questo è solo l’inizio», e nemmeno io sono convinta di quello che dico.
La bambina però sorride soddisfatta. A lei basta questo. Un miagolio improvviso taglia il silenzio. Mi volto appena, già sapendo.
«Hai un gatto!», esclama lei. Un altro miagolio più deciso dalla cesta ai miei piedi.
Sospiro, mi sfugge un sorriso. Mi chino e poggio le dita sul coperchio.
«Vuoi vederlo?»
Le brillano gli occhi.
«Apro solo un pochino, ma puoi avvicinarti, se vuoi», le dico.
Sposto appena il coperchio in modo da creare uno spiraglio e due occhi azzurri si aprono e chiudono rapidamente, investiti da un raggio di luce.
«Come ti chiami?», chiedo alla bambina china sulla cesta. Lei non distoglie gli occhi dall’animale. Sul suo viso è disegnato un sorriso.
«Mi chiamo Elena».
«Molto piacere, Elena. Io sono Lina».
«Posso accarezzarlo?», domanda lei. Esito un momento, poi annuisco.
Elena infila la sua mano paffuta vicino alla mia e affonda le dita nel morbido pelo del gattino.
«Fa le fusa!», mormora eccitata guardando sua madre, che ricambia con un sorriso.
Alzo lo sguardo verso di loro, la bambina ride piano e il gatto si muove sotto le sue dita.
E, per la prima volta, sembra che al mio disegno manchi qualcosa.
Una voce interrompe il mio pensiero.
«Piacere di conoscerla, Lina, io sono Anna Maria. Lei non è fiorentina, lo sento dall’accento... Viene da Roma?», è la mamma della bambina che parla.
«Sì, esattamente. Sono partita stamattina e sono diretta a Milano», rispondo educatamente.
«Noi siamo diretti a Piacenza per trovare mia sorella che vive lì con il marito. Anche lei va a trovare un parente?»
«No, mi sono laureata da poco e sto andando a Milano per trovare delle occasioni di lavoro. Mi hanno detto che è una città ricca di opportunità».
Anna Maria resta per un attimo senza dire nulla. Suo marito alza gli occhi dal giornale e mi guarda con curiosità.
Penso alla sensazione vissuta un anno fa, quando sui banchi dell’università ho discusso la mia tesi di laurea, unica donna in un’aula silenziosa e austera. Gli sguardi allora erano diversi, indagatori, scettici.
Roma mi sembra già così lontana, il treno è partito da ore. Stamattina, nel buio e nella confusione della stazione Termini, ho baciato mio padre sulla guancia ruvida e mi sono avviata verso la mia carrozza.
Non mi sono voltata indietro, non volevo vedere le sue lacrime.
«È bello vedere una ragazza laureata. Anche io sogno un futuro così per Elena. Mi piacerebbe che diventasse un medico!», sono le parole dell’uomo.
«Anche la famiglia è importante, però», mormora la moglie. «Una ragazza deve anche pensare a non rimanere sola».
«Certamente, è importante. Sono importanti entrambe le cose!», esclamo con troppa decisione, pensando ai diversi episodi di ribellione verso mia madre per non conformarmi alla sua idea di donna nella società.
Io scelgo di inseguire i miei sogni, mi sono necessari come lo è l’aria per i miei polmoni.
Guardo la bambina che accarezza il gatto con la testa appoggiata sul coperchio della cesta.
Arriviamo presto a Piacenza e la famiglia si prepara per scendere. Elena mi saluta e si rivolge al padre con dolcezza: «Poi prendiamo un gattino anche noi, papà?»
«Vedremo!», dice lui. Nel loro linguaggio evidentemente significa già sì, perché Elena è raggiante, tanto che mi regala un abbraccio.
«Piacere di averla conosciuta, Lina! Spero che i suoi sogni si avverino», mormora Anna Maria fissandomi negli occhi, mentre suo marito mi augura buona fortuna.
Il treno procede lento verso Milano, è piacevole questo far nulla che mi permette di mettere ordine tra i miei pensieri. Soprattutto dopo il fermento dei giorni che hanno preceduto la partenza. Stringo nelle mani il taccuino; la matita ne ha riempito i fogli ingialliti, c’è dentro tutta la mia vita.
Non è stato facile decidere. So di aver lasciato indietro qualcosa di importante, ma sento con certezza nel mio cuore che questo sarà per me un nuovo inizio.
Tiro fuori dalla borsa un involucro di carta oleata che protegge un panino con prosciutto e formaggio.
In casa c’era un silenzio pesante da giorni, mia madre non mi parlava, completamente in disaccordo con la mia decisione di partire. Mi ha consegnato l’involto nella luce fredda della lampadina sul tavolo da cucina, che emetteva l’unico rumore che si sentiva.
L’ho tirata a me e l’ho abbracciata più per dovere che per affetto, abbiamo avuto sempre un rapporto difficile noi due…
«Non ti scordare di mangiare perdendoti nei pensieri come fai sempre. E scrivici!», sono state queste le uniche parole che mi ha rivolto.
Mia sorella Graziella, intanto, tirava su con il naso, raggomitolata nella poltrona e avvolta in una coperta.
«Scrivici Lina, non dimenticarti di noi!», sempre la solita melodrammatica. Si è liberata della coperta e mi è saltata al collo all’improvviso abbracciandomi e baciandomi.
L’ho allontanata con finta rabbia: «Così mi rovini i capelli, ci ho messo un’ora a pettinarli!»
In realtà sentivo un nodo in gola, ma non volevo dar loro soddisfazione. Ho mascherato il magone con un finto sorriso e ho fatto sparire il panino nella mia borsa. Ho chiuso la porta per raggiungere mio padre che attendeva in strada per accompagnarmi.
Scuoto qualche briciola dal vestitino nuovo a quadri bianchi e neri e apro il mio specchietto. Voglio controllare il trucco: con le dita sposto qualche capello della frangetta.
Mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi per un attimo. La voce dall’altoparlante annuncia l’arrivo del treno in stazione, recupero i bagagli e mi dirigo verso l’uscita. Mi trovo sospinta fuori dalla folla in fermento che si riversa sulle banchine.
Stringo forte i bagagli e resto con il naso per aria.
Dall’enorme volta metallica sospesa sopra di me filtra la luce del pomeriggio, velata dal fumo dei treni. Ho sentito molto parlare di questa nuova stazione: della sua imponenza, della sua modernità. Per alcuni sarà un modello per tutta l’Europa, la vera Porta d’Italia.
Resto immobile, sopraffatta dall’imponenza della costruzione. Intorno a me, altri sguardi si smarriscono: non sono l’unica a sentirmi piccola in quello spazio smisurato.
Un uomo anziano resta fermo, la valigia a terra, poi si avvia incerto verso l’uscita su piazza Duca D’Aosta.
Mi chiedo se questo luogo appartenga davvero alle persone, se sappiano riconoscersi in esso… o se finiscano solo per attraversarlo.
Penso che l’architettura nasca per le persone in modo che esse stesse la vivano e non la subiscano passivamente. Mi piace un’architettura che stupisca, ma accolga.
Stacco gli occhi dal paesaggio e torno al mio taccuino appoggiato sulle ginocchia in cui pigramente sto scarabocchiando delle linee. Lo spazio prende forma sotto la punta della mia matita, traccio linee, costruisco angoli e misuro distanze.
Sento qualcuno avvicinarsi, ma non alzo subito lo sguardo. Resto concentrata.
«È una casa?», la voce è sottile, curiosa. Mi fermo appena, poi continuo.
«Uno studio», rispondo. «Una prospettiva».
«Sembra vera», stavolta sollevo lo sguardo. Di fronte a me c’è una bambina. Avrà dieci anni. Condividiamo lo stesso scompartimento del treno diretto a Milano da quando è salita a Firenze con sua madre e suo padre.
Mi guarda come se il foglio fosse una finestra.
Torno al disegno. La sento sedersi a fianco a me, senza chiedere permesso. I suoi occhi entrano nel mio progetto e perlustrano le stanze che ho disegnato, ne seguono i bordi.
«Ma», la sento esitare, «perché non c’è nessuno?»
La matita si ferma. Resta sospesa. «Nessuno?»
«Non ci sono persone. Lo spazio è tutto vuoto, le case senza persone sono un po’ tristi».
«Ma è un disegno architettonico», rispondo in maniera meccanica. «Serve per studiare lo spazio».
La bambina annuisce. Ma capisco che non è convinta. «Però le persone dovrebbero starci dentro».
Rimango in silenzio. Guardo il foglio. Linee esatte, proporzioni perfette. Ogni cosa al suo posto.
Eppure.
Per un istante percepisco il vuoto, non come scelta, ma come assenza. Manca qualcosa che non avevo considerato. Le persone ci stanno dentro.
Ripeto la frase nella mia testa.
Chiudo leggermente il taccuino, ne prendo le distanze.
«Hai ragione. Ma le persone arrivano dopo. Questo è solo l’inizio», e nemmeno io sono convinta di quello che dico.
La bambina però sorride soddisfatta. A lei basta questo. Un miagolio improvviso taglia il silenzio. Mi volto appena, già sapendo.
«Hai un gatto!», esclama lei. Un altro miagolio più deciso dalla cesta ai miei piedi.
Sospiro, mi sfugge un sorriso. Mi chino e poggio le dita sul coperchio.
«Vuoi vederlo?»
Le brillano gli occhi.
«Apro solo un pochino, ma puoi avvicinarti, se vuoi», le dico.
Sposto appena il coperchio in modo da creare uno spiraglio e due occhi azzurri si aprono e chiudono rapidamente, investiti da un raggio di luce.
«Come ti chiami?», chiedo alla bambina china sulla cesta. Lei non distoglie gli occhi dall’animale. Sul suo viso è disegnato un sorriso.
«Mi chiamo Elena».
«Molto piacere, Elena. Io sono Lina».
«Posso accarezzarlo?», domanda lei. Esito un momento, poi annuisco.
Elena infila la sua mano paffuta vicino alla mia e affonda le dita nel morbido pelo del gattino.
«Fa le fusa!», mormora eccitata guardando sua madre, che ricambia con un sorriso.
Alzo lo sguardo verso di loro, la bambina ride piano e il gatto si muove sotto le sue dita.
E, per la prima volta, sembra che al mio disegno manchi qualcosa.
Una voce interrompe il mio pensiero.
«Piacere di conoscerla, Lina, io sono Anna Maria. Lei non è fiorentina, lo sento dall’accento... Viene da Roma?», è la mamma della bambina che parla.
«Sì, esattamente. Sono partita stamattina e sono diretta a Milano», rispondo educatamente.
«Noi siamo diretti a Piacenza per trovare mia sorella che vive lì con il marito. Anche lei va a trovare un parente?»
«No, mi sono laureata da poco e sto andando a Milano per trovare delle occasioni di lavoro. Mi hanno detto che è una città ricca di opportunità».
Anna Maria resta per un attimo senza dire nulla. Suo marito alza gli occhi dal giornale e mi guarda con curiosità.
Penso alla sensazione vissuta un anno fa, quando sui banchi dell’università ho discusso la mia tesi di laurea, unica donna in un’aula silenziosa e austera. Gli sguardi allora erano diversi, indagatori, scettici.
Roma mi sembra già così lontana, il treno è partito da ore. Stamattina, nel buio e nella confusione della stazione Termini, ho baciato mio padre sulla guancia ruvida e mi sono avviata verso la mia carrozza.
Non mi sono voltata indietro, non volevo vedere le sue lacrime.
«È bello vedere una ragazza laureata. Anche io sogno un futuro così per Elena. Mi piacerebbe che diventasse un medico!», sono le parole dell’uomo.
«Anche la famiglia è importante, però», mormora la moglie. «Una ragazza deve anche pensare a non rimanere sola».
«Certamente, è importante. Sono importanti entrambe le cose!», esclamo con troppa decisione, pensando ai diversi episodi di ribellione verso mia madre per non conformarmi alla sua idea di donna nella società.
Io scelgo di inseguire i miei sogni, mi sono necessari come lo è l’aria per i miei polmoni.
Guardo la bambina che accarezza il gatto con la testa appoggiata sul coperchio della cesta.
Arriviamo presto a Piacenza e la famiglia si prepara per scendere. Elena mi saluta e si rivolge al padre con dolcezza: «Poi prendiamo un gattino anche noi, papà?»
«Vedremo!», dice lui. Nel loro linguaggio evidentemente significa già sì, perché Elena è raggiante, tanto che mi regala un abbraccio.
«Piacere di averla conosciuta, Lina! Spero che i suoi sogni si avverino», mormora Anna Maria fissandomi negli occhi, mentre suo marito mi augura buona fortuna.
Il treno procede lento verso Milano, è piacevole questo far nulla che mi permette di mettere ordine tra i miei pensieri. Soprattutto dopo il fermento dei giorni che hanno preceduto la partenza. Stringo nelle mani il taccuino; la matita ne ha riempito i fogli ingialliti, c’è dentro tutta la mia vita.
Non è stato facile decidere. So di aver lasciato indietro qualcosa di importante, ma sento con certezza nel mio cuore che questo sarà per me un nuovo inizio.
Tiro fuori dalla borsa un involucro di carta oleata che protegge un panino con prosciutto e formaggio.
In casa c’era un silenzio pesante da giorni, mia madre non mi parlava, completamente in disaccordo con la mia decisione di partire. Mi ha consegnato l’involto nella luce fredda della lampadina sul tavolo da cucina, che emetteva l’unico rumore che si sentiva.
L’ho tirata a me e l’ho abbracciata più per dovere che per affetto, abbiamo avuto sempre un rapporto difficile noi due…
«Non ti scordare di mangiare perdendoti nei pensieri come fai sempre. E scrivici!», sono state queste le uniche parole che mi ha rivolto.
Mia sorella Graziella, intanto, tirava su con il naso, raggomitolata nella poltrona e avvolta in una coperta.
«Scrivici Lina, non dimenticarti di noi!», sempre la solita melodrammatica. Si è liberata della coperta e mi è saltata al collo all’improvviso abbracciandomi e baciandomi.
L’ho allontanata con finta rabbia: «Così mi rovini i capelli, ci ho messo un’ora a pettinarli!»
In realtà sentivo un nodo in gola, ma non volevo dar loro soddisfazione. Ho mascherato il magone con un finto sorriso e ho fatto sparire il panino nella mia borsa. Ho chiuso la porta per raggiungere mio padre che attendeva in strada per accompagnarmi.
Scuoto qualche briciola dal vestitino nuovo a quadri bianchi e neri e apro il mio specchietto. Voglio controllare il trucco: con le dita sposto qualche capello della frangetta.
Mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi per un attimo. La voce dall’altoparlante annuncia l’arrivo del treno in stazione, recupero i bagagli e mi dirigo verso l’uscita. Mi trovo sospinta fuori dalla folla in fermento che si riversa sulle banchine.
Stringo forte i bagagli e resto con il naso per aria.
Dall’enorme volta metallica sospesa sopra di me filtra la luce del pomeriggio, velata dal fumo dei treni. Ho sentito molto parlare di questa nuova stazione: della sua imponenza, della sua modernità. Per alcuni sarà un modello per tutta l’Europa, la vera Porta d’Italia.
Resto immobile, sopraffatta dall’imponenza della costruzione. Intorno a me, altri sguardi si smarriscono: non sono l’unica a sentirmi piccola in quello spazio smisurato.
Un uomo anziano resta fermo, la valigia a terra, poi si avvia incerto verso l’uscita su piazza Duca D’Aosta.
Mi chiedo se questo luogo appartenga davvero alle persone, se sappiano riconoscersi in esso… o se finiscano solo per attraversarlo.
Penso che l’architettura nasca per le persone in modo che esse stesse la vivano e non la subiscano passivamente. Mi piace un’architettura che stupisca, ma accolga.
(il romanzo continua...)

