Spilimbergo, Friuli, anni ottanta del XIX secolo. La vita di un giovane contadino viene stravolta da un errore giudiziario.
La reclusione nel carcere di Forte Longone, all’Isola d’Elba, è una discesa agli inferi.
La risalita comincia col trasferimento a Genova e culmina nel paese di Bellissimi, frazione di Dolcedo (IM), agli albori dell’era fascista.
È una storia di rabbia, delusione e sofferenza che si trasformano, giorno dopo giorno, in serena accettazione, a testimoniare come anche nelle peggiori circostanze si celi il seme del compimento.
La reclusione nel carcere di Forte Longone, all’Isola d’Elba, è una discesa agli inferi.
La risalita comincia col trasferimento a Genova e culmina nel paese di Bellissimi, frazione di Dolcedo (IM), agli albori dell’era fascista.
È una storia di rabbia, delusione e sofferenza che si trasformano, giorno dopo giorno, in serena accettazione, a testimoniare come anche nelle peggiori circostanze si celi il seme del compimento.
Estratto
Titta si stiracchiava, coricato a pancia all’aria sulla sabbia del grande fiume. Con la testa vuota, guardava le nuvole bianche passare sopra di lui. Pensava: “Che bello essere come loro… poter volare e andare lontano!”. Il sole di aprile gli scaldava il volto. Chiuse gli occhi e rimase immobile a godersi quel calore. Lo avrebbero rimproverato? Forse anche punito? Che importava?
Il suo nome era Giovanni Battista, ma tutti lo chiamavano Titta. Di cognome faceva Bordon. Aveva dieci anni. Era nato a Spilimbergo il 30 novembre 1866, cioè poco dopo l’annessione di quelle terre al Regno d’Italia, sotto la Provincia di Udine. Primogenito di una coppia di mezzadri, aveva tre sorelle: Brigida, Agata e Agnese; l’ultima avrebbe compiuto un anno pochi giorni dopo. Il casale in cui abitava era condiviso con altre due famiglie: quella dello zio Angelo, detto Agnul, e quella dello zio Olindo, detto Lindo. Agnul era il più anziano dei fratelli, perciò gli era affidata la supervisione su ogni attività della mezzadria. Tra cugini e cugine, nel casale, erano in dodici, quattro per famiglia. Il babbo e la mamma di Giovanni Battista si chiamavano Giuseppe, detto Bepi, e Maria.
Un sasso lo colpì al capo. Si sollevò sui gomiti per vedere chi fosse. Era Meno, lo immaginava. Di tutta la combriccola, era il più dispettoso. Lo chiamavano Meno, ma il suo nome per intero era Menotti. I genitori lo avevano scelto in onore del patriota modenese Ciro Menotti, come aveva fatto, per suo figlio, anche un altro genitore, un padre illustre: Giuseppe Garibaldi.
«Lo sapevo ch’eri tu… sei sempre il solito guastafeste!».
Meno rise e gli tirò un altro sasso, più piccolo, che lo colpì sopra l’orecchio. A quel punto, Titta si alzò e gli corse dietro. Lo raggiunse e lo atterrò saltandogli addosso. La zuffa andò avanti per un po’, finché gli altri non arrivarono a dividerli. Si rialzarono graffiati e spettinati, sputandosi in faccia l’un l’altro.
I ragazzetti si erano avventurati nella grava, lo sconfinato greto del fiume Tagliamento, sebbene quello non fosse il periodo più adatto per tali imprese. Le sue acque, infatti, erano in piena per il disgelo e formavano mille rivoli ribollenti. Si erano ritrovati presso la chiesetta dell’Ancona e poi si erano avviati costeggiando il branc, un ramo quasi asciutto. Lo avevano guadato, dove si poteva, e si erano diretti verso il centro del fiume. Oltrepassata una zona secca, di terreno sabbioso e livellato, sprezzanti del pericolo, si erano addentrati intal salet, la fascia che veniva chiamata saliceto, in cui un groviglio di vegetazione selvatica rendeva difficile orientarsi e poteva nascondere veri e propri fossati scavati dalle acque impetuose. Trovato un varco nel saliceto, erano giunti a lis blancjis, la zona delle ghiaie e delle sabbie. Lì si erano fermati, perché poco oltre ruggivano le correnti del fiume. Si erano messi a pescare intorno a una pozza formatasi di recente. Cercavano di colpire i pesci scagliando le pietre, ma il risultato era deludente. A un certo punto, Cumìn l’aròs, Giacomino il rosso, detto Laròs, un mingherlino rossiccio molto sveglio, aveva avuto un’idea.
«Smettetela di tirare le pietre. Fate come vi dico io. State a vedere».
Era entrato nella pozza ed era avanzato finché l’acqua non era arrivata a lambirgli le braghe corte. Poi si era chinato e aveva infilato in acqua anche le mani, rimanendo immobile in quella posizione. Aveva detto: «Adesso lanciate le pietre dall’altra parte, così i pesci vengono verso di me». Poiché Laròs godeva di una certa autorità, i ragazzi lo avevano assecondato. I pesci erano subito scappati verso il rosso, il quale, con una velocità stupefacente, ne scaraventava sulla ghiaia a ripetizione. Tutti ridevano di gioia, in preda all’esaltazione. Passata l’euforia, Titta si era stufato del baccano e, come gli succedeva spesso, si era isolato per godersi da solo quella bellezza.
Sbollita l’ira per la zuffa, il gruppo si avviò sulla via del ritorno, ma proprio intal salet, Michele, che chiamavano Lut, il più piccolo del gruppo, mise un piede in fallo e precipitò in un rigagnolo profondo, rimanendo a testa in giù, con una caviglia impigliata nei rovi. Senza pensarci due volte, Menotti scese nel fossato, scivolando più volte sulle pareti e rischiando di precipitare anche lui. Riuscì ad arrivare vicino all’amico e ad afferrarlo per un piede, ma ben presto si rese conto che così com’era non poteva più muoversi, non aveva appigli per tentare di risalire. Laròs si mise a dare istruzioni. «Sta’ fermo lì Meno… state fermi tutti e due che vi tiriamo fuori. Dobbiamo fare una catena. Là, quell’alberello… Pedron, tu che sei il più grosso attaccati all’albero, noi ci teniamo a te».
Formarono una catena umana: a un’estremità, stava Pedron, all’estremità opposta finì Titta. Proteso il più possibile nel fossato, quest’ultimo porse il braccio a Menotti, il quale lo guardò fisso negli occhi per un attimo, poi glielo afferrò. Lentamente risalirono la china e Lut venne tratto in salvo. Si abbracciarono tutti, urlando di gioia. Laròs pretese che giurassero di non raccontare a nessuno dell’accaduto, sebbene sapesse che sulla parola di Meno non si poteva fare affidamento.
Infatti, la voce dell’accaduto giunse alle orecchie di Bepi, il quale diede a Titta un paio di scapaccioni ben assestati e, per punizione, lo assegnò al più disonorevole dei compiti fino al mese di giugno: l’allevamento dei bachi da seta. Nutrire e curare quelle voraci creature era un compito normalmente affidato alle ragazze e alle bambine, quindi Titta fu oggetto degli sberleffi dei cugini e degli amici. Però a lui, in fondo, quel lavoro non dispiaceva. All’inizio del mese di aprile aveva aiutato suo padre, gli zii e i cugini più grandi a pulire il solaio. Avevano lavato il pavimento con lisciva di cenere e imbiancato i muri e le travi con latte di calce. Poi, gli avevano insegnato a costruire i castelli e i graticci di legno che avrebbero ospitato le larve. Infine, gli avevano fatto vedere quali foglie dovevano essere colte dai gelsi, facendo attenzione a non rovinarle. Perciò quella punizione gli sembrò una continuazione del lavoro svolto in precedenza e un buon modo per evitare le fatiche dei campi.
Il suo nome era Giovanni Battista, ma tutti lo chiamavano Titta. Di cognome faceva Bordon. Aveva dieci anni. Era nato a Spilimbergo il 30 novembre 1866, cioè poco dopo l’annessione di quelle terre al Regno d’Italia, sotto la Provincia di Udine. Primogenito di una coppia di mezzadri, aveva tre sorelle: Brigida, Agata e Agnese; l’ultima avrebbe compiuto un anno pochi giorni dopo. Il casale in cui abitava era condiviso con altre due famiglie: quella dello zio Angelo, detto Agnul, e quella dello zio Olindo, detto Lindo. Agnul era il più anziano dei fratelli, perciò gli era affidata la supervisione su ogni attività della mezzadria. Tra cugini e cugine, nel casale, erano in dodici, quattro per famiglia. Il babbo e la mamma di Giovanni Battista si chiamavano Giuseppe, detto Bepi, e Maria.
Un sasso lo colpì al capo. Si sollevò sui gomiti per vedere chi fosse. Era Meno, lo immaginava. Di tutta la combriccola, era il più dispettoso. Lo chiamavano Meno, ma il suo nome per intero era Menotti. I genitori lo avevano scelto in onore del patriota modenese Ciro Menotti, come aveva fatto, per suo figlio, anche un altro genitore, un padre illustre: Giuseppe Garibaldi.
«Lo sapevo ch’eri tu… sei sempre il solito guastafeste!».
Meno rise e gli tirò un altro sasso, più piccolo, che lo colpì sopra l’orecchio. A quel punto, Titta si alzò e gli corse dietro. Lo raggiunse e lo atterrò saltandogli addosso. La zuffa andò avanti per un po’, finché gli altri non arrivarono a dividerli. Si rialzarono graffiati e spettinati, sputandosi in faccia l’un l’altro.
I ragazzetti si erano avventurati nella grava, lo sconfinato greto del fiume Tagliamento, sebbene quello non fosse il periodo più adatto per tali imprese. Le sue acque, infatti, erano in piena per il disgelo e formavano mille rivoli ribollenti. Si erano ritrovati presso la chiesetta dell’Ancona e poi si erano avviati costeggiando il branc, un ramo quasi asciutto. Lo avevano guadato, dove si poteva, e si erano diretti verso il centro del fiume. Oltrepassata una zona secca, di terreno sabbioso e livellato, sprezzanti del pericolo, si erano addentrati intal salet, la fascia che veniva chiamata saliceto, in cui un groviglio di vegetazione selvatica rendeva difficile orientarsi e poteva nascondere veri e propri fossati scavati dalle acque impetuose. Trovato un varco nel saliceto, erano giunti a lis blancjis, la zona delle ghiaie e delle sabbie. Lì si erano fermati, perché poco oltre ruggivano le correnti del fiume. Si erano messi a pescare intorno a una pozza formatasi di recente. Cercavano di colpire i pesci scagliando le pietre, ma il risultato era deludente. A un certo punto, Cumìn l’aròs, Giacomino il rosso, detto Laròs, un mingherlino rossiccio molto sveglio, aveva avuto un’idea.
«Smettetela di tirare le pietre. Fate come vi dico io. State a vedere».
Era entrato nella pozza ed era avanzato finché l’acqua non era arrivata a lambirgli le braghe corte. Poi si era chinato e aveva infilato in acqua anche le mani, rimanendo immobile in quella posizione. Aveva detto: «Adesso lanciate le pietre dall’altra parte, così i pesci vengono verso di me». Poiché Laròs godeva di una certa autorità, i ragazzi lo avevano assecondato. I pesci erano subito scappati verso il rosso, il quale, con una velocità stupefacente, ne scaraventava sulla ghiaia a ripetizione. Tutti ridevano di gioia, in preda all’esaltazione. Passata l’euforia, Titta si era stufato del baccano e, come gli succedeva spesso, si era isolato per godersi da solo quella bellezza.
Sbollita l’ira per la zuffa, il gruppo si avviò sulla via del ritorno, ma proprio intal salet, Michele, che chiamavano Lut, il più piccolo del gruppo, mise un piede in fallo e precipitò in un rigagnolo profondo, rimanendo a testa in giù, con una caviglia impigliata nei rovi. Senza pensarci due volte, Menotti scese nel fossato, scivolando più volte sulle pareti e rischiando di precipitare anche lui. Riuscì ad arrivare vicino all’amico e ad afferrarlo per un piede, ma ben presto si rese conto che così com’era non poteva più muoversi, non aveva appigli per tentare di risalire. Laròs si mise a dare istruzioni. «Sta’ fermo lì Meno… state fermi tutti e due che vi tiriamo fuori. Dobbiamo fare una catena. Là, quell’alberello… Pedron, tu che sei il più grosso attaccati all’albero, noi ci teniamo a te».
Formarono una catena umana: a un’estremità, stava Pedron, all’estremità opposta finì Titta. Proteso il più possibile nel fossato, quest’ultimo porse il braccio a Menotti, il quale lo guardò fisso negli occhi per un attimo, poi glielo afferrò. Lentamente risalirono la china e Lut venne tratto in salvo. Si abbracciarono tutti, urlando di gioia. Laròs pretese che giurassero di non raccontare a nessuno dell’accaduto, sebbene sapesse che sulla parola di Meno non si poteva fare affidamento.
Infatti, la voce dell’accaduto giunse alle orecchie di Bepi, il quale diede a Titta un paio di scapaccioni ben assestati e, per punizione, lo assegnò al più disonorevole dei compiti fino al mese di giugno: l’allevamento dei bachi da seta. Nutrire e curare quelle voraci creature era un compito normalmente affidato alle ragazze e alle bambine, quindi Titta fu oggetto degli sberleffi dei cugini e degli amici. Però a lui, in fondo, quel lavoro non dispiaceva. All’inizio del mese di aprile aveva aiutato suo padre, gli zii e i cugini più grandi a pulire il solaio. Avevano lavato il pavimento con lisciva di cenere e imbiancato i muri e le travi con latte di calce. Poi, gli avevano insegnato a costruire i castelli e i graticci di legno che avrebbero ospitato le larve. Infine, gli avevano fatto vedere quali foglie dovevano essere colte dai gelsi, facendo attenzione a non rovinarle. Perciò quella punizione gli sembrò una continuazione del lavoro svolto in precedenza e un buon modo per evitare le fatiche dei campi.
(il romanzo continua...)

